Albi di FantastiKa
*************
Cari lettori la comparsa quasi miracolosa di strane creature in città e villaggi, creature venute dall’ altrove e poi altrettanto misteriosamente scomparse è un tema affascinante per gli scrittori di letteratura fantastica, ed anche se non sono in molti ad averci lasciato qualche gemma narrativa a riguardo, è un tema che troviamo in modo più o meno esplicito, più o meno diretto in molte pagine della storia di questa singolare quanto affascinante letteratura. Anch’ io ho voluto cimentarmi e Vi offro un breve racconto ambientato negli Stati Uniti e che tratta proprio di una di queste strane apparizioni che coinvolgono il vecchio Bull Mc Cohl in una storia oltre i confini della realtà. I più informati vi troveranno echi diversi, ed essendo la storia dedicata al genio di Ambroce Bierce, echi dei suo racconti fantastici, ma come non pensare alle straordinarie schede di fatti insoliti ed incredibili, sicuramente dannati dell’altro grande americano dell’insolito e del bizzarro che fu Charles Hoy Fort. E qui in dettaglio fra gli extra Vi offrirò anch’io una scheda singolare dedicata ad un caso che è rimasto nella storia di fatti incredibili e fantastici e che riguarda il giovane Caspar Hauser. Ma ora buon proseguimento e grazie.
Il Giovane Jordan
racconto fantastico di
Salvo Gagliardo
Parte prima
Jordan. Così l’aveva chiamato subito il vecchio Bull quel giorno del Giudizio, quando se l’era trovato davanti, allampanato, e fradicio d’acqua come un uccello marino che le onde avevano strapazzato per bene; con gli occhi tondi, grigi ed atterriti, con l’aria di uno che viene da un altro mondo, e con tutto il corpo che tremava come se gli avessero ficcato dentro dei fili elettrici ad alta tensione. Infatti diluviava a St. John City, e lassù sulla Valle del Corno col velo d’acqua che diafano lasciava scorgere il cupo della fitta foresta. La segheria di Bull Mc Cohl era ficcata nel fondo di quella selva boscosa, ed era più facile che d’inverno vi nevicasse piuttosto che vi piovesse, come invece stava facendo abbondantemente e da ore. Venivano giù chicchi di grandine grossi come nocciole, quando attraverso il velo d’acqua si materializzò quello all’ improvviso come uno spettro. Il cielo era dilaniato da potenti fulmini, e tutto questo aveva messo a disaggio il povero Bull abituato a ben altri terrori. Bull Mc Cohl lassopra lo conoscevano tutti nel raggio di cinquanta miglia. Paterno, grande ,e ancora robusto malgrado i suoi settant’ anni, era di modi bruschi ed avvolte violenti, ma rotto il ghiaccio o quando si concedeva una buona bevuta, era cordiale ed allegro e ti faceva coraggio se qualcosa ti andava storto. Di certo non era di cuore tenero, e sul lavoro era duro e severo con tutti, altrimenti non avrebbe potuto governare quella segheria nel fondo della foresta e con gente di ogni tipo assai spesso ben lontana dal modello di gentiluomo di città. Che Bull fosse prudente lo dimostrava il Winchester appeso al chiodo della casa di legno che si era costruito con le sue mani. Ed anche la vecchia Colt che portava sempre con sé come una fedele compagna. Ma per i ragazzi aveva occhi e chi voleva rigare diritto o massacrarsi di lavoro, da lui di certo trovava pane per i suoi denti. Sulla Valle del Corno, si era combattuta una storica battaglia al tempo della Guerra Civile, il sangue aveva arrossato il Blue River che scorreva più in basso a tre miglia dalla segheria. Da giovane Bull si era arruolato nell’ esercito del generale Lee e a guerra finita la sua mano aveva stretto quella del Presidente Lincoln. Poi era partito per l’ Ovest. A quel tempo Mc Cohl aveva una magnifica moglie, Ruth ed un figlio di sedici anni, Jordan. Ma Ruth e Jordan erano stati orrendamente trucidati dagli indiani shoshoni un giorno che Bull era andato fuori a pascolare la mandria. Era stato il colpo più brutto della sua vita e da cui non si era mai più ripreso. Tornato a St. John City aveva messo su la segheria e si era costruita quella casa di tronchi di quercia nel cuore della foresta. Ora era un vecchio stanco con gli occhi azzurri appesantiti. La sua faccia grande e solcata da rughe mostrava le durezze della vita ed ancora i capelli portavano traccia dell’antico colore rosso.
-E tu chi sei?
Gli aveva urlato sotto la tettoia che faceva grondare acqua a secchiate. Uno dei cani s’era messo a ringhiare ferocemente.
-Buono Lou !
Gli aveva gridato. L’occhio azzurro del vecchio studiò con attenzione la strana figura dai contorni sfumati dal velo della fitta pioggia. Era alto quanto lui, e Bull era nettamente al di sopra della media. Era però straordinariamente magro e si allungava stranamente come un asparago sotto l’ intensa selva di fulmini che ramavano il cielo senza pietà, standosene in piedi muto a ciondolare fra le violente raffiche di vento gelido.
- Ragazzo, ti conviene entrare se non vuoi prenderti un malanno !
Con l’ odore di terra bagnata e di ozono bruciato, c’era quello inconfondibile dei tronchi scuoiati, dei trucioli e della resina. Dentro si sentiva il suono delle seghe che lavoravano incessantemente. Nella segheria lavoravano una decina di persone, ma in quel momento ce ne erano solo cinque. Lo strano ragazzo apparso quasi per stregoneria sembrò al vecchio che cercasse di dirgli qualcosa aprendo grottescamente la bocca, e gli ricordò subito un pesce, ma da quella bocca non ne venne fuori nulla. Il giovane aveva gli abiti a brandelli inzuppati d’acqua che gli ruscellava addosso copiosamente.
- Che ti è successo, ragazzo! Da dove vieni, come ti chiami?
E Mc Cohl gli allungò un bicchiere di acquavite. Ma quello lo ignorò. Guardava ogni cosa con uno sguardo assente che metteva i brividi. Da una porta all’interno era entrato il piccolo Mike Durrell scamiciato e tutto sudato per la fatica. Stette anche lui a fissare quello strano tipo fermo, allampanato e funereo sulla soglia, la faccia eccezionalmente sottile con qualcosa di malato; a Bull gli ricordò un cugino che soffriva di epilessia. Infatti per un attimo temette che gli cadesse davanti stecchito e che cominciasse a scalciare come fanno in genere gli epilettici. Pensò che non doveva avere più di vent’ anni. Quel tizio cominciava a dargli impressioni a valanghe e per niente piacevoli sebbene continuasse a starsene zitto come un pesce fuori dall’acqua.
- Cerchi lavoro, ragazzo?
Continuò a stuzzicarlo Mc Cohl che si sentiva perdere la pazienza.
- Non devi essere di queste parti. Qui conosco tutti
E Mc Cohl continuò a fissarlo dal basso in alto sentendo a pelle l’ arrivo di rogne sicure. Per questa roba aveva un sesto senso. Poi stufo di fare anche lui l’ allampanato istupidito dalla meraviglia, gli tirò addosso uno strofinaccio sporco.
-Comincia a toglierti un po’ d’acqua d’addosso se non vuoi prenderti un malanno, ragazzo
Gli disse. Quello allungò in modo grottesco, così parve a Bull, le sue lunghe braccia ed afferrò lo straccio. Fuori si stava scaricando una salve di fulmini, ed uno doveva essere caduto proprio vicino la segheria. Da una finestra si vide un forte bagliore ed un boato fece tremare il capanno. Bull come già detto non era una connetta impressionabile, ma quello spettro fermo sulla soglia mentre i fulmini lo rischiaravano sinistramente lo faceva stare male. Anche Mike Durrell appariva inquieto, poi uscì di nuovo dalla porta ad un segno di Bull e ritornò al lavoro. Davanti a quella faccia cerea ed a quel tremore del corpo, nella mente del vecchio tornarono i brutti ricordi, quei ricordi terribili che non volevano andar via. Era appena sgroppato da cavallo, e Ruth e Jordan se ne stavano lì, fra le travi ancora brucianti della casa, tutto quello che restava della fattoria, col corpo quasi del tutto carbonizzato ed chiaramente scotennati, dentro chiazze di sangue ancora fresco. Quello continuò ad asciugarsi meticolosamente ed in silenzio non curandosi delle cattive condizioni dello strofinaccio e senza pronunciare una sola parola, con gesti automatici che davano i brividi. Intanto fuori erano smontati da sella sotto l’ acqua due uomini che subito erano entrati nel capanno. Uno era guercio e con una visibile cicatrice sulla guancia. L’altro più giovane aveva un’aria sprezzante e ghignante. Stavano portando dentro della roba.
- Salve Bull
Disse il più anziano, quello con la cicatrice.
-Scusaci se abbiamo fatto tardi. Con questo tempaccio ci siamo fermati a St John. Ti abbiamo preso ciò che hai chiesto
-Okay Sam
Disse Mc Cohol.
-Ora tornatevene al lavoro. Vi raggiungo fra poco
I due uscirono dalla stanza e lasciarono Bull solo con lo straniero.
-Okay ragazzo, ora devo andare. Mi sembra che stai meglio. Ti auguro in bocca al lupo. Ti consiglio però di mandare giù un po’ di quel wiskie
E Bull indicò la bottiglia piena per metà sul tavolo. Poi allungò la mano nodosa sul giovane, cercando di stringergliela amichevolmente. Ma la ritrasse subito con una smorfia.
- Beh! Allora buona fortuna!
Mc Cohl si congedò voltandogli le spalle e sparendo per la porta. Il giovane restò solo.
- Ei Bull, ma chi era?
Mike Durrell era dietro ad una grossa sega fissa ad un tavolo e su cui stava scorrendo un tronco voluminoso. Gli altri erano attorno. Era trascorsa mezzora da quando Mc Cohl aveva lasciato quel giovane fermo in piedi davanti alla finestra come uno stoccafisso ed era entrato nella stanza dove i suoi ragazzi si davano da fare attorno alle macchine per segare e tagliare.
-E’ ancora dentro!
Aggiunse Durrell fissando Bull col suo unico occhio.
-Se ne sta solo in un angolo
Disse il suo compagno con cui era giunto al capanno.
-Ah!
Mugugnò come se riflettesse , il vecchio. E aggiunse.
-Se cerca lavoro per il momento non ne abbiamo. Glielo vai a dire tu, Mike?Okay? E digli anche di filarsela alla svelta. Se ha fame, dagli qualcosa da mangiare. Ma non allungare il becco di un centesimo. Okay Mike ?
- Puoi contarci, Bull!
Ah, Mike. E niente risse. Portati Sam e fallo sloggiare alla svelta, se è possibile con le buone, quel tipo porta rogne come la morte, lo sento
Durrell rientrò dopo un quarto d’ ora.
-Bull, quello sta davvero male. Non mi sembra che sia diretto da qualche parte, e fuori sta diluviando come non ho mai visto
-Che il diavolo se lo porti
Grugnì il vecchio.
-Okay, ora ci parlo io
Aggiunse ed uscì.
- Ragazzo, si può sapere che satanaccio hai dentro?
Gli disse subito. Il giovane continuava a non spiccicare una parala, fermo, immobile davanti ad una finestra.
- La vuoi aprire quella maledetta boccaccia? Vuoi dirmi chi cavolo sei e da dove vieni?
Il ragazzo continuava a tremare come una foglia mentre fuori si era scatenato l’ Apocalisse. Bull ritrovò il suo sangue freddo, e si accese la pipa. Ora guardava il ragazzo di sbieco come se temesse che quella cosa sparisse improvvisamente così come era apparsa. Non era superstizioso, ma quello gli ricordava la morte. Ricordò Ruth che gli chiedeva se Jordan stesse male. Fu preso da tenerezza e melanconia. Glielo aveva chiesto con le lacrime agli occhi quella volta che Jordan si era buscato un febbrone da cavallo.
-Okay, figliolo!
Aggiunse guardandolo in faccia.
-Se non vuoi dirmi chi sei e da dove vieni, resta pure. Non ti chiedo più niente. Puoi aspettare che spiova, e non voglio sapere nulla di te. Non dirò niente allo sceriffo. Ma sappi che i ladri non vanno giù al vecchio Bull Mc Cohl. Perciò se ti salta qualche cosa di bacato nel cervello, i ragazzi là dentro non esiteranno a farti a pezzi. Okay?
Ma l’altro non rispose, con gli occhi fissi al pavimento. Per un attimo a Bull parve che quelle occhiaie strane fossero vuote! Un fulmine squarciò l’ aria e fece tremare la stanza.
………………………………………………..continua
©produzione salvogagliardo.tutti diritti riservati.
Albi di FantastiKa
*************
Gentile lettore, è giunto il momento del brivido e nei i miei Albi di FantastiKa le storie del brivido sono stata raggruppate nella rubrica da me ideata, Shining.Il nome richiama subito Steven King ed il film omonimo di Kubrick. Senza volermi minimamente paragonare a questi giganti del mondo fantastico, ti offro una storia immaginata ed ambientata nel Vietnam durante la pur nota e disgraziata guerra. Pochi riferimenti agli ultimi fatti drammatici della quotidianità dato che il racconto breve di circa 2600 parole è stato concepito e scritto nel lontano 1991. Nessun desiderio di competere coi capolavori che hanno trattato questo tema, da Kubrick a Coppola, per me il disgraziato conflitto in Estremo Oriente è servito solo da spunto per tessere una storia fantastica con molti temi propri di questa letteratura. Naturalmente vi potrai trovare suggerimenti e suggestioni che si rifanno al bel film di Ridley Scott: Predator con Arnold Schwarzenegger e alla sua terribile creatura giunta dallo Spazio. Sia quello che sia, la storia che ti presento è come puoi tu stesso vedere , divisa in due parti, una per così dire oggettiva e cronachistica, l’altra scritta secondo un rapporto altamente confidenziale fatto da un militare americano ai suoi superiori in capo riguardo a dei fatti terribili e fantastici avvenuti in piena giungla. Cosa ha distrutto centinaia di vite e seminato il terrore non lo so neanche io che la storia l’ho scritta, forse il risveglio di una creatura appartenente ad altri mondi, forse un alieno sceso da qualche tempo sul nostro pianeta, più probabile à che si tratta di una creatura che la guerra coi suoi orrori ha fatto generato e fata crescere mostruosamente. Ah, dimenticavo di dirti che se sei un appassionato dei racconti dello scrittore americano HP. Lovecraft vi potrai trovare qualche chiaro richiamo. Ed ora buona lettura.
©salvogagliardoproduzione.2005- 2010.All rights reserved.
Volo di Ricognizione
racconto fantastico di
Salvo Gagliardo
© Salvo Gagliardo 2005.
All rights reserved
Ideazione,scrittura ed impaginazione di
Salvo Gagliardo. Su testo del 1991.
Parte prima:
Volo 66
Saigon. Era una giornata calda ed asfissiante, umida e nebbiosa, quella che si levò sulle foreste lussureggianti e i villaggi della Cocincina la mattina del 5 agosto del 1969; Nixon era Presidente e l’America era sbarcata sulla Luna. Alcuni contingenti dell’esercito degli Stati Uniti si preparavano ad evacuare le impervie regioni del Vietnam.Quella notte a nord c’erano stati bombardamenti a tappeto. Tutta la foresta era in fiamme. A Saigon corse voce che i vietcong erano entrati nella Cocincina per il fiume Mekong. Il cielo minacciava forti temporali monsonici. Al Campo 32 di Cholon il capitano McClaren aveva ricevuto una comunicazione da Saigon, bisognava subito tenere pronto per le 10,30 un ricognitore da mandare nell’Annam sull’altopiano di Viet-Lo. Obbiettivo: una veloce perlustrazione aerea della Foresta di Dien Quoc e della Montagna di Catskill. McClaren l’aveva passata al capitano Willard, e questi, dopo avere scelto l’aereo e l’equipaggio, aveva atteso l’ OK del generale Coleman, comandante in capo del Campo 32. Il soldato Stein Mazurski, aveva ricevuto l’ordine di prepararsi al volo 66 per le 9,20. Il suo compagno di branda, il sergente Norman Low da parte sua aveva ricevuto il non se ne fa nulla ed al suo posto sarebbe partito il tenente Samuel Jordan.Low ne fu felice. Non gli andava quella mattina di farsi ammazzare da qualche sporco vietcong, da un maledetto charlie. Doveva ancora scrivere la sua lettera a Rose, in California. Gli altri della missione furono: il soldato Oskar Mezen, il fotografo Pigalle, il tenente Jo’ Siciliano, i piloti Dan Capa ed Antony Zavattaro. A missione avvenuta, l’aereo sarebbe atterrato oltre le montagne di Ngoi An Li. Dove avrebbe sbarcato sette dei tredici uomini in tutto. Sembrava che sulla montagna di Catskill, era quello che Low era riuscito a sapere da Mazurski, c’era qualcosa di strano, di molto allarmante, si mormorava che i charlie vi avessero fatto esplodere un’atomica, ma erano solo supposizioni, voci ancora non controllate. Fatto sta che la notizia aveva eccitato i ragazzi del Campo. Una potentissima esplosione nella foresta di Dien Quoc aveva mandato in tilt i sistemi di controllo americani. Però nessuno aveva detto né al capitano Davide Primrose, né al tenente Johnni Moreno, né a tutti gli altri dell’equipaggio, che a Saigon erano state intercettate comunicazioni dei rossi altrettanto preoccupate e concitate. Dalle montagne di Ngoi An, l’aereo sarebbe poi ripartito per il Tonkino, per fotografare dall’alto alcune dighe e linee ferroviarie dei vietcong.
Il Jaguar metallico decollò in perfetto orario, alle 10,25, dalla Base Aerea di Big Chariot, vicino Cholon.
Il bimotore grigio e verde attraversò le pesanti nuvole temporalizie, rosse e cariche d’acqua. Nessun problema per il primo pilota Dan Capa e per il secondo Anthony Zavattaro, almeno fino alla fitta foresta di Bien Ho. La giungla in basso continuava a bruciare vistosamente con alte fiamme arancioni e fumo. Lo spettacolare Yat Cong si alzava solenne col suo cono marrone di 1700 metri, e la cima totalmente coperta di giungle. Raffiche di proiettili attraversarono all’improvviso il cielo carico di nubi e dissero a Dan Capa che erano stati scoperti. Il Jaguar superò le cime del Ngoc An, ed apparve subito , nella maestosità dei suoi 2000 mila metri, la montagna di Catskill, circondata dal verde intenso della foresta di Dien Quoc. Zavattaro comunicò a Cholon che erano arrivati, Cholon chiese che cosa stava osservando, Zavattaro rispose che la strumentazione era assai disturbata, che c’era uno singolare ed intenso campo magnetico, che le bussole di bordo non funzionavano e che uno strano chiarore si vedeva sul versante destro della montagna. Dentro la fusoliera del Jaguar i ragazzi cominciarono a dare segni di evidente nervosismo. I due vietnamiti dell’equipaggio si erano messi ad urlare che bisognava tornare indietro, che sarebbero morti tutti, e che un dio malvagio li stava aspettando sul Catskill. Il francese Pigalle cominciò a litigare con il cubano Moreno, ed il sergente Jordan imbracciò il mitra ringhiando contro qualcosa in agguato. L’ aviere Leonard Bac si mise inspiegabilmente a tremare.
-Che cazzo sta succedendo là dietro!
Urlò Capa nella cabina di pilotaggio. Poi una gigantesca sfera di fuoco si alzò dalla giungla di Dien Quoc.
-Cristo!
Gridò Capa, vedendosela venire addosso. A Cholon ricevettero in frammenti le sue ultime parole.
-Che diavolo!….Qui Volo 666…C’è qualcosa la sotto, ragazzi!…Incredibile…Ma che!
Poi più nulla.
Alle 20,45 i radar della Base di Big Chariot segnalarono un aereo in rientro. Era il Volo 66 che atterrava a luci spente e nel più completo silenzio radar, fatta eccezione per la voce rauca ed irriconoscibile del secondo ,Anthony Zavattaro, che disse.
Jaguar,Volo 666. rientro a base. Sto atterrando a luci spente. Ho difficoltà di manovra. Chiedo il pilota esterno
Il pesante bimotore ballò per un po’ nella densa foschia piovigginosa della sera. spense i motori e restò inerte, cadavere sulla pista. Low l’aveva visto scendere come una carcassa morta, ed ebbe un brivido per la schiena. Gli parve che l’aereo fosse totalmente ricoperto da una pellicola grigiastra e gelatinosa che colava giù lungo i fianchi della fusoliera. Da dentro non giungeva alcun segno di vita, gli sportelli dell’aereo non si aprirono. A distanza molto ravvicinata Low poté osservare che il Jaguar era veramente ricoperto da qualche sostanza grigiastra, sembrava acqua congelata e sporca mista a qualcosa di mieloso. Ma le sorprese non finirono , perché quando gli uomini si fecero strada all’interno, compreso il sergente Low, c’era un buio pesto,<< un buio assoluto>>, avrebbe detto più tardi il sergente, con una specie di nebbiolina azzurrastra ed eterea che levitava ovunque. Ma Low e gli altri sentirono subito il nauseante puzzo di un macello. Alla luce delle torce, lo spettacolo fu più orrendo e scioccante, c’erano ovunque corpi umani orrendamente straziati. Le pareti erano imbrattate da grosse macchie di sangue ancora fresco. Low cominciò a vomitare, altri abbandonarono l’aereo colti da malore. Tutta Big Chariot fu immediatamente sottosopra. Arrivarono il generale Greeves ed il generale Coleman. Nella cabina di pilotaggio il corpo di Dan Capa era completamente spiaccicato contro la parete come un passero morto schiacciato. Il secondo Anthony Zavattaro era ancora vivo e guardava inebetito con gli occhi vitrei e spenti, tutto raggomitolato nel suo posto di guida. Cercò di alzarsi, ma cadde a terra, sarebbe morto un’ora dopo all’ospedale di Cholon. Chiuso nel gabinetto dell’aereo fu trovato il vietnamita Van Gu, l’unico totalmente illeso. Ma la sua faccia ed i suoi occhi dissero subito a Low che quell’uomo era completamente pazzo. Fu subito afferrato con forza e bloccato, perché si era messo ad urlare e a dimenarsi come un ossesso. Dovunque sparsi a terra per la fusoliera c’erano i bossoli degli uomini, sparati all’impazzata dappertutto. Le pareti erano tutte scheggiate e bucherellate. Ma Low col puzzo nauseante e riconoscibile del sangue ancora fresco, sentì con chiarezza l’odore pungente ed irritante dello zolfo. I cadaveri portati via furono riconosciuti con molta difficoltà, L’aereo fu messo in quarantena. Sulle pareti esterne del Jaguar vennero trovati strani segni come se l’aereo fosse stato stretto ed unghiato dagli artigli d’acciaio di un gigantesco uccello mostruoso. Mancò all’appello soltanto l’altro vietnamita dell’equipaggio, Dan Nien. Fatte le prime supposizioni fu nominata una Commissione di Inchiesta che cercasse di spiegare quella cosa incredibile e mostruosa. Ma alla fine il caso fu archiviato come non risolto, e chiuso nelle segrete memorie del Pentagono a Washington.
Il 30 aprile del 1975 Saigon fu riconquistata dai nord vietnamiti e gli ultimi americani lasciarono il Vietnam del sud.
Parte seconda
Io Norman Low
Rapporto al generale Erwin Monty, Stato Maggiore dell’US Air Force, Pentagono, dell’ex tenente dell’Aviazione degli Stati Uniti d’America Norman Low. Ufficio Inchieste e Ricerche, Washington.
<< Io Norman Low, ex tenente dell’US Air Force, in attività a Saigon negli anni tra il 1967 ed il 1975, fui sbarcato col contingente 79 nel Vietnam del sud nell’aprile del 1967, e subito assegnato al Campo Z32 di Cholon.
Sono nato a Springfield, Colorado, nel dicembre del 1945, e sono entrato nell’US Air Force come semplice aviere, nel 1964. Nel 1967 fui mandato in Vietnam col grado di sergente maggiore . La nomina a tenente l’ho ricevuta solo nel 1976, un anno dopo che le nostre truppe avevano cominciato ad evacuare Saigon ed il Vietnam.
Ho conosciuto personalmente gli uomini, in tutto 13, del Jaguar 372, il Volo 666 , un bimotore da guerra mandato in missione esplorativa sulla foresta di Dien Quoc e la Montagna di Catskill, compresi i due vietnamiti, Dien Non e Van Ngu. Con l’operatore fotografico francese Auguste Pigalle e il secondo pilota, Antony Zavattaro dell’Us Air Force,sono uscito più volte in missione rilevativa.
Quella mattina del 5 agosto 1969 fui convocato dal capitano Willard per un volo di ricognizione nel Vietnam del nord, il Volo 66, ma venni sostituito all’ultimo momento, per motivi che non mi furono mai del tutto spiegati. Correva voce che qualcosa di grave stava accadendo a Trun Bo, nella foresta di Dien Quoc, su nell’Annam. Si parlava di un virulento attacco dei viet di Min Chu, kmer rossi arroccati sull’Altopiano di Viet Lo. Ma i pareri erano discordi per certe intercettazioni fatte dai nostri a Saigon.
Il Jaguar decollò alle 10,25 DA Big Chariot ed assistetti personalmente al suo rientro a Base dopo 9 ore di volo, alle 20,45 ora di Saigon. Come ho già testimoniato davanti alla Commissione di Inchiesta del generale Reder, l’aereo visto da fuori sembrava del tutto normale, a parte la strana pellicola di brina o di altro che lo ricopriva interamente. Atterrò con evidente difficoltà così che si dovette pilotarlo da fuori, lo pilota aveva chiesto la guida esterna. Entrai con gli altri nell’aereo e vidi i corpi dell’equipaggio orrendamente dilaniati così da avere difficoltà a riconoscerli. Nella cabina di pilotaggio, il secondo era ancora vivo, sembrava gravemente ferito, perse subito conoscenza. Vidi che portavano via il vietnamita Van Ngu che aveva manifestato evidenti segni di follia aggressiva. Più tardi seppi che mancava all’appello Dien Non ,l’altro vietnamita dell’equipaggio, Dentro il Jaguar c’era un vero carnaio, ovunque il puzzo nauseante e riconoscibile del sangue ancora fresco, ma c’era dell’altro, vi sentii infatti l’odore pungente ed irritante dello zolfo. A terra erano sparsi bossoli di vario calibro e le pareti erano vistosamente macchiate di sangue e profondamente segnate. Lasciai l’aereo che venne affidato alla Squadra Speciale Rilievi. I risultati dell’inchiesta furono tenuti segreti ed io partii per Da Nang.
Nel 1975 presi parte alla resistenza del Mekong e fui variamente impegnato, fino alla conquista di Saigon ed alla presa di Cholon da parte dei nordvietnamiti. Gravemente ferito in uno scontro, tornai negli Stati Uniti, e rimasi nell’US Air Force col nuovo grado di tenente, assegnato agli Uffici della Difesa a Washington, e alle dirette dipendenze del generale di Stato Maggiore Olindo Lee. Nel 1978 mi congedai e misi in piedi una piccola attività commerciale in proprio con alcuni Paesi del Sud Est asiatico, in particolare col Vietnam, la Thailandia e la Birmania. Finché ricevetti la telefonata del generale Erwin Coleman, mio diretto superiore a Saigon, che mi chiedeva di recarmi nel Vietnam per approfondire alcuni punti dell’indagine sul Volo 666 che era stata riaperta in quell’anno. Secondo Coleman c’era qualcosa in quelle giungle di Annam, nella regione di Dien Quoc la cui natura era oggetto della massima segretezza. Si era arrivati alla conclusione che uno dei 13 dell’equipaggio fosse impazzito nell’aereo e che avesse ucciso gli altri, sia che fosse stato Van Ngu, Anthony Zavattaro o Dien Non, o tutti e tre insieme, o anche uno qualsiasi dei 13. Fu questa la versione ufficiale ufficialmente accreditata, con cui la Commissione Reder chiuse e suggellò il caso. Ma io l’avevo scartata. Infatti era impossibile che quel tipo di lavoro potesse essere stato fatto da uno o anche da più persone insieme, anche se in possesso di armi molto potenti e distruttive, come lo erano quelle degli uomini del Jaguar. Restavano da spiegare i disturbi alla pelle che io e gli altri che erano entrati con me nell’aereo, riportammo. E inoltre, nessuna spiegazione meccanica poteva risolvere l’enigma degli strani segni trovati per esteso sulle pareti esterne dell’aereo. E verso chi o cosa erano state sparate le raffiche a mitraglia dei proiettili i cui bossoli erano sparsi ovunque dentro la fusoliera?
Per non parlare della follia di Van Ngu.Sono stato a trovarlo nel suo villaggio di Dan No, Van Ngu vive oggi con la madre. Il padre è morto durante la guerra. L’ospedale psichiatrico di Saigon l’aveva dimesso, e la madre se lo era portato a casa. Era stato duramente interrogato dagli americani che poi lo abbandonarono nel Nam Bo quando i Viet entrarono a Saigon. Il Tribunale di Guerra degli Stati Uniti non lo aveva riconosciuto colpevole dell’assassinio degli 11 uomini. So per certo che fu torchiato anche dai rossi, e che è stato a lungo torturato. Ora è solo una larva. So che agenti dei Servizi Segreti del mio Paese lo hanno tenuto segregato recentemente per diversi giorni e nascosto al nuovo governo vietnamita. Evidentemente il disastro del Jumbo cinese del 1984 ha messo in movimento un bel po’ di gente. Come ho detto, conoscevo molto bene Van Ngu così da non riuscire a riconoscerlo quando l’ho rivisto. Sono certo che è del tutto pazzo. A Washington nel 1976 sono riuscito a dare un’occhiata al suo incartamento. Allora ero ancora impressionato dagli strani eventi. Dan Capa, Oskar Mezen e Jan Mizar erano stati miei amici prima che partissimo per il Vietnam, ed Auguste Pigalle, il fotografo francese lo avevo conosciuto a New York. Van Ngu disse davanti alla Commissione, a Saigon, che sull’aereo c’era il diavolo, Fun Bat, una divinità del male, un dio o una dea della montagna che può trasformarsi in dio dell’aria e in un mostruoso pipistrello, e a cui attribuiva anche se confusamente il rapimento di Dien Non. Il fascicolo che riguardava Van Ngu alla fine ipotizzava una strana creatura non meglio definita. Così rimasi stupito ed eccitato dalla notizia datami dal generale Coleman, che il cadavere di Dien Non era stato ritrovato, orrendamente dilaniato ed appeso ad un grosso albero nella foresta di Dien Quoc, non lontano dai resti del Jumbo cinese precipitato.
Tornai a Cholon per incontrare Yen Tzu, un commerciante cinese di yuta che conoscevo bene e che mi aveva parlato dei demoni della foresta che secondo lui infestano da molti anni il Trung Bo. Yen Tzu una notte, prima che il Jaguar decollasse, mi aveva narrato una strana storia, una storia bizzarra che gli era stata raccontata da un cugino che con altri tre suoi compagni avrebbero incontrato le cose nella giungla. Il cugino era fuggito e gli altri tre non avevano più fatto ritorno al villaggio. Inoltre, mi disse che sul Catskill stavano accadendo delle cose strane e terribili, che intere unità vietnamite erano state orrendamente massacrate, maciullate da mostri dagli artigli di acciaio. Mi parlò delle vecchie leggende dei kmer sugli antichi dei-uccelli che dal cielo erano di nuovo tornati sulla Terra.
Così ho messo insieme una piccola spedizione composta da me, da Charles Fouriere, un francese di Da Nang, e da due vietnamiti del posto, per dare un’occhiata al Catskill. Se tutto andrà bene e se il nostro aereo non verrà abbattuto, potrò chiudere queste note con dei risultati apprezzabili, anche fotografici, fra quattro giorni>>
Dopo quattro giorni giunse sul tavolo del generale Coleman al Pentagono la notizia che il piccolo velivolo pilotato dal francese Charles Fouriere era forse esploso in aria, o semplicemente e misteriosamente scomparso sulla foresta di Dien Quoc di fronte alla montagna di Catskill. Nulla fu trovato, né dell’aereo, né dell’equipaggio. Una comunicazione vietnamita intercettata a Saigon da un francese, agente filo americano, parlava di una gigantesca sfera luminosa che aveva letteralmente inghiottito il piccolo aereo, e che lo aveva dissolto cancellandolo.
racconto posto in essere nell’estate del 1991.
©salvogagliardoproduzione.2005- 2010.All rights reserved.