di Salvo Gagliardo

Il Mio Amico Hans Christian Andersen

 

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Albi di Fantastika

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Tre Passi Fra le Nuvole

trilogia fantastica

Il Mio Amico Hans Christian Andersen

fiaba fantastica

by

Salvo Gagliardo 

“Quel giorno, l’ ufficiale di polizia

Lonnie Zamora ispezionava quel  luogo

Idilliaco, quando una specie di ruggito,

dilaniò l’ aria, mentre un’ alta fiamma blu e

aranciata si abbassava dietro ad una collina”

Jean Pottier-UFO

Una vecchia  Rover rossa sfida faticosamente le accecanti luci infuocate, sotto una sonora pioggia di raggi per le lunghe e polverose strade del New Mexico,  nell’ arido pomeriggio di un luglio di fuoco. Attorno  giganteggiano solitari i cactus spinosi fra arbusti e canon rossastri. Fra le ciclopiche gole si occultano le mura sbrecciate di antichi villaggi, gli antichi bivacchi, gli scheletri pietrificati delle maledette città dell’ oro. I grandiosi scenari sono simili a quelli da cui la Rover ha preso il via con qualche colpo di tosse in un’ alba dura e paurosa fra montagne ciclopiche di pietra e rame. Le mani sudate stringono il grosso sterzo, gli stivali premono sul duro pedale.

Mi chiamo Virgil McMahannan, e possiedo una piccola impresa elettrica a San Francisco: << Luce Ogni dove. Riparazioni e Manutenzione Impianti Elettrici>> Sono alle prese con il solito giro di lavoro e mi aspetta un viaggio faticoso da Phoenix a Salt Lake  city, migliaia di chilometri da macinare per le terre più calde degli States. San Francisco è la mia città e là mi aspetta una ragazza che sta per darmi un pargolo. E’ questo il mio unico pensiero, mentre da ore mi scorre davanti monotono e accecante, un panorama  quasi marziano, di certo preistorico. Mi  piacerebbe un bel maschietto, rimugino. Diavolo! Che combina quella bestia! Un tir ciclopico mi supera con arroganza e mi costringe ad una manovra pericolosa. Con tristezza ripenso al feto nato morto che mi è stato mostrato in clinica quella volta! Il primo parto di Elizabeth, andato a male. Qualcosa mi barbaglia davanti. Il sole! Il maledetto sole. Annaspo nel cruscotto in cerca dei miei occhiali scuri. OK! Ma c’è un altro sole dall’ altra parte…….! Due soli? Mi piego davanti al parabrezza per guardare meglio. Un cilindro  accecante simile ad un neon mostruoso levita in alto sulla mia testa. L’ avevo già visto al Barringer, giù al Meteor Crater. Ricordo che quella cosa si era alzata dal cratere. L’ avevo seguita per un po’, poi me ne ero dimenticato. Meteore! Avevo pensato. Scherzi della natura.

Sono stanco ed affamato. Mi conviene fermarmi alla prima stazione di servizio. Guardo la mappa. Per Santa Fè mancano pochi chilometri. La Rover comincia a salire.

Si scia bene da queste parti d’ inverno. Penso. Non manca molto per gli impianti di  Los Alamos, ecco i cartelli e i posti di sbarramento. Il sole è al tramonto in un cielo rosso fiamma. Di nuovo quelle strane luci!  Che diamine  sta succedendo! Piogge di meteore in un cielo di luglio? Una palla infuocata attraversa l’ orizzonte. Le macchine sfrecciano senza accorgersene. A parte un contadino dallo steccato di una vecchia fattoria al tramonto.  La cosa sta precipitando oltre la collina. Il contadino è scomparso, inghiottito dalla sua vecchia fattoria cadente. Per seguire le giravolte di quella stranezza  ho imbroccato una strada secondaria e pietrosa e del tutto deserta. Mi sento diabolicamente attratto da quella bizzarria. Le vado incontro verso le mura calcinate in alto  sulla collina. Dal finestrino entra un vento gelido. Questo tramonto è davvero strano! Raggi di luce e aurore rosate splendono oltre la collina. Tutto è deserto e stranamente silenzioso. Mi sembra di vedere una nebbiolina azzurrata che levita sulla  strada. La Rover si ferma, fa le bizze, scoppietta, arranca, non ne vuole sapere di andare avanti. Vicino c’è una vecchia miniera abbandonata, trave marce, carrelli arrugginiti, rotaie divelte, macerie, un ingresso scuro e inquietante. Le batterie sono andate! Maledizione e tre volte dannazione! Davvero strano! Mi guardo attorno, il sole è quasi  tramontato e in cielo le costellazioni cominciano a risplendere. Quello strano sfavillio di luci oltre la collina sembra essersi spento. Dalla vecchio villaggio abbandonato soffia un vento gelido. Mi avvio a piedi come chiamato da un appuntamento verso le prime case di legno marcito del villaggio. La nebbiolina bluastra mi scivola fra i piedi in modo repellente. Sembra uscita sinistra, vomitata fuori dalla marcita città fantasma dei cercatori d’oro. Ricontrollo la mappa alla luce della torcia. La Federale non dovrebbe distare molto, più in basso. Ma quel putrescente cadavere notturno di pietre e legno fradicio mi incanta come un vascello fantasma fra le tenebre. I mie passi risuonano secchi nel silenzio. Il fascio giallo della torcia illumina la fluorescente nebbia dentro cui affondano i miei stivali e le mie gambe fino a sparirvi. Ovunque assi divelte, finestre scardinate, vetri infranti dietro cui guizzano fiammelle aranciate come ceppi di camino, ombre, vortici di stelle, suoni e musiche. Passo davanti all’ insegna di un vecchio saloon. Mi giungono alle orecchie le note di una sgangherata pianola, le due bussole sbattono cigolanti sui cardini di ferro arrugginito. C’è gente dentro che fa baldoria.  Sul portico di legno risuonano i passi di stivali speronati. Alzo gli occhi verso i cielo, è pieno di stelle come non ne avevo mai viste. Un’ ombra scura l’ attraversa simile ad un vascello cosmico a luci spente. Sento lo scampanellio di migliaia di biciclette, simile ad un carillon galattico. Qualcuno mi chiama da dentro il saloon. Mi avventuro, entro, supero lo zoccolo e spingo i battenti. Dannazione! Dalle tenebre della sera alla luce di un impensabile paradiso! C’è un denso fumo di pipe e di sigari, gente che si diverte. Tutti indossano gli abiti impolverati  del vecchio West. Ci sono pellerossa, yankee, indios. Un prosperosa biondina acqua e sapone storpia una vecchia ballata agitando le piume di un vecchio cappello. Un pianista negro strimpella sulla tastiera e un barista al banco, un tipo baffuto e duro, mi invita a bere una bevanda verdastra che subito mi brucia maledettamente nello stomaco. Ne chiedo un altro bicchiere e poi un altro ancora, fin quando mi ritrovo a fare l’ equilibrista su due gambe incerte nuovamente sulla strada polverosa del vecchio West, ancora una volta con le gambe sprofondate in quel magma azzurrato.

E’ così che faccio la conoscenza del mio bizzarro amico  Hans Christian Andersen!

Perché io l’ abbia chiamato così, è presto chiaro. Steso sul bianco lettino di una clinica psichiatrica,  sono trascorsi diversi giorni dagli avvenimenti della collina. Il dottor Blockead, quel verme, dice di averci capito poco, stress, o forse i cattivi pensieri per la creatura nata morta, o forse quel maledetto sole del Colorado. Panzane! Il fatto è che sono stato trovato senza la più piccola coscienza, riverso sul volante della mia auto, alle prime luci dell’ alba quasi sul ciglio dell’ imponente cratere meteorico. E’ ciò che ha detto Tony Beaster alla polizia, il vecchio camionista che mi ha soccorso. Intanto Elizabeth  ha partorito un bel maschietto, grassoccio e latteo come un maialetto. Ho ruminato a lungo la faccenda  ed ho immaginato che il mio  marmocchio  sia nato proprio nell’ attimo in cui la cosa se ne ritornava nel suo  pianeta .Così ho finito per chiamare  Hans Christian Andersen anche lui. Il marmocchio ha gli occhi di un celeste impressionante ed è grande e grosso in modo inusuale. Ma andiamo con ordine. Robot, androide, alieno, raccapricciante creatura stellare, paradossale viaggiatore galattico, feci la sua esaltante  conoscenza proprio in quella notte di prodigi. Tutta quella fantastica baldoria di quella magica notte di luglio che mi si confonde in testa,  oggi qui in clinica fanno  di tutto per farmela dimenticare.

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Eccomi malfermo sul buio  sentiero azzurrato, attratto lì dalla maledetta città senza nome, dopo avere mandato giù diversi bicchieri, quanti non saprei, di quell’ intruglio verdastro del barista coi  baffoni e dal sorriso sinistro. Ricordo che anche lui aveva assunto il colore di quell’ intruglio bomba. Tutto però qui , nella clinica di San Francisco, mi si confonde nella testa. E’ certo, lo giuro, che dentro quella stomachevole nebbia, in una notte senza tempo, fra le carcasse marcite di una città fantasma, sotto un codazzo di stelle a nozze, sopra una collina del tutto solitaria e abbandonata, vidi…..C’è da uscire davvero matti…Bè gente, devo pur dirlo! Vidi…un bisonte!

Sgranai  gli occhi, come se la luce di tutte quelle stelle non fosse sufficiente a farmi notare  l’ assurdità della cosa. C’era davanti a me un gigantesco paio di corna, arcuate come un croissant lunare, che si allungavano da  un gigantesco cranio taurino e lanuto come un bufalo delle praterie, un fantastico incrocio tra un mammut e un dinosauro. Splendeva nella notte come un idolo antico, totalmente coperto da una lanugine rossiccia. E come se non bastasse, cosa da  farmi cadere a terra stecchito per la meraviglia, sulla sua groppa maledettamente alta, troppo alta per essere di questo mondo, se ne stava appollaiato come un principe indiano una creatura davvero singolare e beffarda, ma  anche dolce ed in estasi come un guru in meditazione. Per prima notai il suo buffo cilindro, più alto che largo, e dalle sue strette falde uscivano ciuffi di capelli argentati pieni di giocosi luccichii. E sotto quel cappello c’era il  viso più strano che avessi mai visto, una faccia bianca e luminosa come la luna o come un neon. Più tardi quando potei guardarlo senza quel buffo cilindro vidi che aveva una fronte arcuata, la fronte più grande che avessi mai visto, che cadeva a strapiombo e sul cocuzzolo leggermente a punta riposavano in disordine  ciuffi di capelli nivei e argentati. La faccia in basso terminava con un piccolo mento quasi infantile, da bambino, e un nasetto altrettanto piccolo ed infantile arrossato come una ciliegia. La sua bocca era una fessura lunga  e curva che dava al volto l’ impressione di un eterno sorriso. Due piccole lenti rotonde, scure e impenetrabili ne nascondevano gli occhi.

Quel  coso  dal nasetto da Biancaneve sembrava uscito da una pagina di Dickens, anche per l’ abito assolutamente inconsueto e fuori tempo. Dei pantaloni aderentissimi tornivano una coppia straordinaria di gambe da trampoliere e che nella posizione in cui si trovavano si attorcigliavano come serpenti. Avrei giurato che fossero prive di scheletro, elastiche come il corpo di un topo. Anche se quei pantaloni a scacchetti lo facevano somigliare al filosofo Kierkegaard, ben presto mi  accorsi che tutto quello che vedevo era in realtà qualcosa d’ altro! Dai pantaloni stretti alle caviglie usciva un paio di calzini buffi e multicolori. Ma quelle paia di scarpe era impossibile dimenticarle! Anzi, fu la prima cosa che mi si presentò davanti agli occhi della mente quando imbottito di tranquillanti mi svegliai nel lettuccio bianco della clinica a San Francisco, fra medici che mi guardavano con facce beffarde e incredule. Erano scarpe grandi, rotonde, più simili a racchette da neve, che a scarpe da tennis, ma di queste ne avevano l’ elasticità, sembravano un singolare incrocio fra una scarpa da tennis e una calzatura di astronauta. E che dire della giacca? Una vecchia palandrana bisunta, una finanziera lunga e d’ altri tempi, un cencio raccattato chissà dove! Aderiva al busto strettamente come i pantaloni, e il busto sembrava un tozzo cilindro corto rispetto ai trampoli. A raccontarlo ho rischiato di fare ammattire per davvero i pazienti della clinica!

In quei mesi di forzata inattività, nella Stanza 28 della clinica Riposo Sicuro, ho sempre rimuginato sui frammenti a flash di memoria di quella incredibile notte, estratti a fatica da una mente addormentata dai farmaci e dalle chiacchiere dei medici. Spesso ne ho parlato con Blockead e la sua infermiera, strappandogli risolini di compiaciuta superiorità. Ma quando gli ho presentato condita alla meglio, come un piatto prelibato,  la storia delle nubi e del cilindro, allora e solo allora mi hanno schiaffato  sulla faccia un sarcastico disprezzo che mi ha costretto a richiudermi nella mia conchiglia come un’ ostrica strapazzata.

Fu forse quell’ intruglio bevuto quella notte in quel saloon sgangherato fra gli allegri fantasmi di  una città defunta, ma vi assicuro che attorno a quel cilindro incredibile sulla cui vera natura ho più volte fantasticato, levitava una soffice nuvoletta che alla luce dell’ alba nascente mi parve di un delizioso color rosa pesco, uno sbuffo di nuvole  simili a quelle  che circondano  i visi paffuti  dei rosei amorini settecenteschi nei quadri dei nostri venerati maestri. Avrò modo di far notare come  quella delicata nuvoletta si comportasse da autentica nube, rabbuiandosi e schiarendosi, e persino  generando vistosi scrosci temporalizi, con piccole saette  argentate , e rapidi lampi che esplodevano e si scatenavano, secondo gli umori di quel cappellaio impossibile o di quel rigattiere intergalattico. E aggiungo che le poche volte che ho visto Hans assopito, la nuvoletta è scesa nascondendolo teneramente e beatamente!

………continua

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Se a qualcuno interessa l’ intero racconto o addirittura l’ intera trilogia di racconti fantastici non ha che da  contattarmi nel  sito Fantastikalbi,  o inviarmi una sua email al mio  indirizzo di posta. Grazie e Buon  Natale.

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Commenti all'articolo

  1. bookmarking submission il 6 novembre, 2012 alle 18:38

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  2. oil paintings il 11 novembre, 2012 alle 00:14

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