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Bernard Berenson

venerdì, 6 novembre 2009

I Grandi Viaggiatori

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Bernard Berenson:

Un Amerikano in Sicilia.

 

 

Porto di Messina. 19 Maggio 1953. Un piccolo signore di 88 anni, malfermo di gambe ma di portamento elegante e ricercato negli abiti, con bastoncino da passeggio e cappello a falde, asciutto e  fragile, con il   volto piccolo,  ossuto e ascetico,  incorniciato da una barbetta a punta e imbiancata, si appresta a visitare la città siciliana giunto da Napoli in compagnia di una donna, la fedele compagna di lavoro e di viaggi, di nome Nicky Mariano. Tutt’attorno c’ è aria di grandi eventi, le future elezioni politiche accendono gli animi. Si vedono ancora le macerie della tremenda Guerra e per le strade si parla di De Gasperi, di Piano Marshall, di ricostruzione, dei comunisti che vorrebbero tingere di rosso l’ Italia. Anni di fame e di speranze, di scontri  politici  feroci dopo la parentesi fascista. Il colore dello sfondo è quello del Neorealismo italiano, bianco e nero,gli abiti sono grigi, c’è ancora il doppio petto gessato, ma gli  sono troppo larghi  per corpi magri e spigolosi, ancora affamati dalla guerra e avviliti dalla miseria. In Sicilia la donna continua a portare  lo scialle nero e gli uomini la coppola, i feudi biondeggiano di grano e i deschi traboccano di pasta, muli e greggi intralciano per le strade il traffico delle  auto e delle corriere, ma già i pullman colorati portano  a spasso centinaia di turisti e  le masse affollano le vie delle grandi città. Tutto riprende vita velocemente, sempre più velocemente, ma con una dinamica nuova e sotto un segno e uno stile che soffia dagli Stati Uniti.

Quel signore elegante e mistico, non è un diplomatico in visita, come potrebbe sembrare, non è un mr. Goldman, ricco banchiere giunto dall’ Eldorado, non è un rabbino barbuto dell’ Europa Orientale, sebbene parli correttamente l’ yiddish e l’ ebraico, oltre all’ americano, il russo e  una quantità di altre lingue, vive e morte. Quel piccolo signore sensibile e cortese, attento, che porta il bastoncino  come Charlot, è il più famoso e chiacchierato critico d’ arte di  quei  tempi e forse anche di altri, nel suo sangue c’ è sangue russo, ebreo e  americano, è Bernhard Berenson. E’ nato in Lituania come Valvrojenskj, nel 1865, e dai ghetti della Russia assai presto si è trasferito in America, nella più antica e nobile città americana, Boston, dove il padre per sopravvivere ha dovuto fare l’ umile venditore di stracci,ma riuscendo a mandare Bernhard ad Harvard, la prestigiosa Università che lo allattò, lo svezzò e ne fece uno degli uomini più colti e sensibili del pianeta. Ebbe come maestri William James, Eljot Norton e compagni di studi come Santajana. Più tardi si onorerà di avere avuto  amici del calibro del banchiere Morgan, di Rothschild, della ricca e colta Isabella Gardner, di vari mercanti  d’ arte, e degli Stein che a Parigi  ospitavano Picasso e Matisse, e poi di Edith Warthon e di Aldous Huxley, insomma la crema del mondo. Berenson  tenne conversazioni con i grandi della Terra, e ne fu il prezioso conigliere in fatto di quadri e di arte.

A Parigi  sposa Mary Pearsall Smith, e ai primi del secolo i Berenson si trasferiscono vicino Firenze, a Ponte Mensola, a ridosso di uno dei colli della città più artistica del mondo. Berenson ha appreso il mestiere da Giovanni Morelli, e il suo scopo e la sua passione sono lo studio dell’ Arte Italiana, di cui diverrà un tale esperto da poter giudicare in modo insindacabile lo stile, la qualità e l’ attribuzione di una tela. Laureatosi brillantemente ad Harvard, vince una borsa di studio e si trasferisce nel 1887 in Europa. Ha un gran desiderio di dirozzarsi e di acquisire la grande cultura europea. Il suo camino ha qualcosa di simile a quello del suo compatriota Ezra Pound, anche lui enciclopedico e poliedrico. Un pozzo di di cultura. Come Pound, Berenson trova nell’ antica  civiltà italiana e nel Rinascimento, la sua vocazione.

La villa che abiterà a Firenze la chiamerà significantemente  I Tatti e diventerà famosa quanto la russa Janaja Poljana, e da cui passerà, come la Mecca, mezzo mondo. Intellettuali, ebrei. Banchieri ed innamorati d’ arte vi si recheranno per ascoltare il nuovo profeta della bellezza, per godere della sua erudita conversazione, Ma è spesso il profeta a trasferirsi come un pellegrino errante nel mondo, pronto a godere di  ogni spettacolo, di ogni sito, nicchia, tempio, biblioteca, galleria o museo. Famosi sono i suoi viaggi in Europa, in nord Africa, a Tunisi, a Tripoli, in Egitto, in Asia, in Grecia, in Spagna, a Gerusalemme: << devo sentire, farmi una idea, immaginare tutto o perire>>, scrive.

Da I Tatti, passano Guttuso e Moravia. Fra le mura di questo tempio vive isolato dal fascismo sul colle che ospiterà Rosselli ed altri antifascisti. E’ nota la sua antipatia per Mussolini, ma anche per il comunismo, per il sovietismo e persino ha parole dure la civiltà di massa motorizzata e per la sua intrinseca mancanza di scopi, per la frettolosa superficialità.<< Viviamo in un’ era in cui la scienza quantitativa, il macchinismo ed una specie di timido ma smanioso desiderio di metafisica, dominano ogni pensiero e scritto>>. Non c’era da aspettarsi altro da un lettore di Walter Pater.

 

Berenson  migliaia di lettere  a personalità di altissimo profilo, ed ebbe moltissime corrispondenti di sesso femminile, donne sensibili, intelligenti e ricche. Le donne saranno importantissime per questo piccolo ebreo lituano.  Lotto, Caravaggio, Leonardo, i Primitivi, l’ arte e la poesia cinese, l’ antico Egitto, Tiepolo, Velasquez, El Greco, Cezanne, Matisse, Tutti sono passati dal suo occhio attento:<< Ho trascorso  settanta anni della mia vita a guardare ogni opera d’ arte prodotta nel corso degli ultimi settanta secoli>>, scriveva. Ha pubblicato  un libro d’ arte e best seller, ancora oggi letto e meditato, I Pittori Italiani del Rinascimento,  ed è ha avuto  grandi incontri con Proust, Chagall, Dalì, Matisse, Picasso. Le più prestigiose Gallerie d’ Arte private del Mondo ed  i Musei,  hanno chiesto  la sua autorevole mediazione. Oggi I Tatti sono diventati  la Harvard University Center for  Italian Renaissance Studies.

L’ arte, per questo squisito personaggio a metà tra un greco colto  del VI secolo, un epicureo, e un illuminista volterriano, deve arricchire l’ occhio, ma niente vale quanto la natura. Berenson  coltiva un ideale umanistico di bellezza e di educazione alla visività. L’ arte deve risvegliare la tattilità, comunicare idee e sensazioni., suscitare incanto nell’ osservatore, metterlo a proprio agio in un mondo di  intelligenza quasi soprannaturale, coinvolgerlo in un universo in quattro dimensioni, per immetterlo in una vita di qualità superiore dove l’ uomo è finalmente tale, un mondo più ricco, risvegliato dalla potenza della Gloria. << Sono stanco, stanco>>, esclama, <<il minimo sforzo mi stanca, cammino male e con le gambe pesanti>>. Berenson è vecchio, e la sua ricca avventura terrena sta per chiudersi. Sono i suoi ultimi viaggi << Vorrei passare in estasi i miei ultimi anni>>. E la Sicilia, con il suo Sole e la sua classicità, incanta  questo occhio che ha visto tutto,che pulsa  ancora davanti ad ogni gemma d’ arte. E per questo viaggio nelle terre assolate dei Normanni, Berenson ha un buon compagno, i diari di viaggio di Wolfgang Goethe che legge in continuazione, come una guida e un vademecum. Anche Berenson annota le sue impressioni e dotte considerazioni, così da dare vita anche lui ad un diario che verrà pubblicato nel 1955.

<< Era dal 1889 che non mi capitava di viaggiare in treno da Napoli verso il Meridione>>. Berenson conosceva la Sicilia, vi era giunto nel 1888 con Lucien Henraux, amico di Proust, vi era tornato nel 1908, e poi nel 1923. I ricordi si sovrappongono e si comparano. Il 16 giugno,dopo circa un mese di viaggio faticoso per un novantenne,dopo un omaggio al Monte del Pellegrino, sacro a Goethe, l’ americano scrive<< Ci siamo sentiti tristi al pensiero di lasciare così grandiosa ed impareggiabile bellezza. Se soltanto potremmo impadronircene e conservarla in noi come un Dio>>.

Messina, Enna, Siracusa, Castelvetrano, Marsala, Segesta, << Mi ritroverei qua a sopportare scomode fatiche,  e talvolta a soffrire di tedio, se non fossi incalzato dalla spinta di compiere  a mio modo un pellegrinaggio?>>. E a Messina lo accoglie l’ incanto di Antonello, coglie le sue  parentele con i pittori veneziani e con Bellini, parla dell’ amicizia del  grande siciliano con  Petrus Cristus, si chiede quale è stata la sorte del San Sebastiano scomparso da Dresda e forse finito in Russia. L’ Annunciazione gli dà l’ estasi. Poi si ferma ad ammirare il Caravaggio su cui ha scritto un saggio  meraviglioso. Si lascia affascinare dal paesaggio marino della città e dai suoi  tramonti. E in Sicilia ritrova l’ incantato mondo d’oro, blu marino ed argento di un sogno. Da una terrazza di Taormina osserva all’ alba, il maestoso Etna, un diadema di neve e una collana di nubi, un vulcano delicatamente rosso e dai morbidi fianchi. In lui si risvegliano immagini del Mantegna e come una sorta di madeleine proustiana, i versi di Wordsworth. E in una qualche maniera Berenson somiglia a Swan della Recherche.

Non si ferma a Catania, come nel 1888,  ma la lettura di Verga e De Roberto glie la evocano. Enna gli ricordano  Edimburgo, Toledo e Siena. Vi sono le suggestioni di Casale, i pavimenti mosaicati della casa di Massimiano,le scene di caccia e le figure muliebri in cache sexe. E  vi è a Palazzolo, la Madonna del Laurana , un artista  difficile da definire, ma di cui i ritratti femminili sono i più incantevoli del Rinascimento. A Siracusa e altrove, Berenson è disturbato dalla nuova barbarie.  Il turismo frettoloso di massa. La Fonte di Aretusa gli evoca i versi di Shelley, e a Siracusa cerca di trovare la casa del poeta tedesco von Platen che Heine aveva messo alla berlina. Berenson è di quelli che nei musei si attarda fino allo sbatacchiamento delle chiavi dei  custodi. Agrigento  è trasfigurata dal tramonto e  le sue pietre acquistano una strana luminosità. Il Tempio della Concordia lo riporta al 1888 con i versi di Virgilio e Tacito,quando  con il sole  al tramonto fra  le colonne gli sembrava  di  udire il suono di un flauto di Pan nel Tempio. Il  dorico siciliano per la sua maestosità  gli ricorda ancora  l’ antico Egitto. Ma nel 1888 non era consigliabile godersi un chiaro di luna fra le colonne doriche, l’ evolversi dei tempi ha così qualche vantaggio! A Marsala si incanta davanti alla processione del Corpus Domini, ad Erice si gode la quiete del paesaggio da un castello romantico e il  silenzio ieratico del portico del Duomo. A Trapani rivisita il Pepoli e si sofferma a considerare la quantità di negozi di ottica. Si ferma a Segesta e infine il 7 giugno giunge a Palermo. E un personaggio simile non può non essere accolto dalle lussuose sale di Villa Igea. Gli sembra che l’ ombra del grande Goethe si aggiri ancora  fra le mura della città.  Riconsidera le tappe del suo illustre predecessore,che non sembrò tenere conto dei monumenti più  moderni, che trascurò  la Cattedrale, che non degnò  di attenzione i monumenti normanni e svevi,  che criticò  la sporcizia della città e la bizzarria della nobiltà del luogo. Ma che fu attratto dalla casa di Cagliostro. Il ciarlatano più discusso di Europa, e che andò  in estasi davanti alla Santa del Monte del Pellegrino, sempre alla  ricerca del grandioso e del classico in ogni pietra e di preziosità botaniche. Al contrario Berenson è pieno di stupore per la Cappella Palatina,per la stanza di Ruggero e dentro il Duomo di Monreale vi immagina la Gerusalemme Celeste. La Zisa lo incanta, ma lo squallore attorno lo rattrista. Ammira i Trionfo della Morte o la paragona a Guernica di Picasso, e infine ha un attimo di nostalgia verso la Palermo dei Gattopardo, signorile e con le carrozze al trotto. E conclude<< Non dubito che se assistessi alla festa di Santa Rosalia troverei valida la descrizione che ne dà  Goethe>>. Ma il viaggio è finito, e anche quello terreno di Bernhard Berenson, spentosi per vecchiaia nel 1954. Oggi tutto è diverso, anche il turismo e il modo di viaggiare, l’ arte è mercificata al massimo,ma il messaggio di questo piccolo uomo barbuto e incantato viaggiatore, credo che resti ancora valido: impariamo a diventare noi stessi un’ Opera d’ Arte.

 

 

Il seguente articolo è apparso anche  con il titolo <<Con gli occhi di Goethe>> in Cronache Parlametari Siciliane, anno 8, n.5, anno 1991.

 

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Bernard_Berenson

 

http://viaggimarilore.megablog.it/item/bernard-berenson-viaggio-in-sicilia

 

http://nonsoloproust.splinder.com/post/13764974

Riccardo Wagner

mercoledì, 28 ottobre 2009

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I Grandi Viaggiatori

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Parsifal alla Corte di  Ruggero II

di Salvo Gagliardo

info@fantastikalbi.it

 

26 Luglio 1882,  a Bayreut, nella piccola città bavarese dell’ Alta Franconia,  i balconi sono di nuovo in fiore e i drappi sventolano solenni fra le architetture rococò. Wahnfried,  tutta illuminata, è l’ ultimo nido della famiglia Wagner. Vi abitano Cosima Listz e il Grande Vecchio. un piccolo uomo dalla testa  sproporzionatamente grossa e quasi sformata, dal profilo  scultoreo,  e con un profondo solco alla radice del naso. Somiglia molto ad un bohemien di Murger che ha fatto fortuna, ad un Maestro Cantore,ad un antico e severo protestante, ad un piccolo gnomo laborioso, ed infine, al tremendo Odino signore delle Rune. Con lui vi sono le figlie di Cosima, di von Bulov e di Wagner, fra cui, Blondine che presto andrà sposa ad un nobile palermitano. In  cima al colle della piccola città, splende in festa il tempio sacro di mattoni rossi, è il Festspielhaus. Nel suo golfo mistico, l’ orchestra invisibile attacca il preludio magico del Parsifal, l’ ultima creazione del maestro. Un passo indietro e siamo al 25 Dicembre del  1881. A Palermo come altrove,  si celebra il Natale. Nella capitale siciliana, nelle stanze numero 24,25 e 26, del grandioso Hotel des  Palmes vi si trova ospite  la famiglia Wagner al completo. Ne hanno preso possesso il 6 Novembre. Vi è anche Anton Bernstein che trascrive per piano l’ infaticabile lavoro del maestro. E’ ebreo come Hermann Levi che dirigerà il Parsifal. Il chiacchierato antisemitismo di Wagner non è così  gretto e feroce, e c’è chi mormora che il suo vero padre fosse un israelita. All’ Hotel des Palmes giunge anche il russo Joukovskj, che allestirà le scenografie del Parsifal. Wagner gli ha commissionato l’ acquisto di un gioiello che come un prezioso talismano il vecchio musicista regalerà a Cosima proprio in quella notte  di Natale,e  che coincide quasi magicamente, con il suo compleanno, assieme alla partitura ancora incompleta della fiaba del Graal. Vi sono  maghi, colombe sacre, fanciulle in fiore nel giardino incantato, i Cavalieri del Santo Graal, la luce sovrannaturale di Montsalvat. Il Calice Sacro il cui chiarore magico illumina quel mondo di cartone. Il sole di Siena, di Napoli e di  Palermo ha nutrito questo prezioso scrigno medievale, lo ha asperso di blu acquamarina. Il Nilo scorre così  su Montsalvat  e Luxor prepara Bayreut, ed  Ermete Trismegisto insegna al giovane Parsifal i suoi arcani. Forse tutto questo giace al fondo  della  coscienza del maestro.

Se Villa Igea fosse stata costruita, noi l’ avremmo vista come la naturale cornice di questo viaggio: le fanciulle in fiore di Bergler, il mare di un azzurro intenso sullo sfondo, simile a quello di Sorrento dove una grande amicizia si è frantumata ai primi  abbozzi del Parsifal e alle prime pagine di Umano troppo Umano. Lo stesso Uttiveggio  in alto, rosso come Bayreut, avrebbe di sicuro  sedotto il vecchio incantatore. E’ invece l’ Hotel des Palmes ad accogliere i Wagner nel vecchio quartiere degli Ingham, fra palmizi, giardini ed una piccola chiesa anglicana. Ne è proprietario il signor Ragusa, che è anche possessore del più antico Hotel Trinacria alla Marina, che per  la strana legge delle coincidenze, ha ospitato Luigi II di Baviera. L’ avido albergatore rincarando i prezzi, costringerà il musicista a trasferirsi in residenze più convenienti. Intanto, la stampa tedesca si diverte ad ipotizzare fantasiosi sequestri ai danni del suo illustre connazionale e, possibili rapimenti. Ma i Wagner saranno ben protetti  e ben guidati dal loro   angelo custode, l’ onnipresente conte Lucio Tasca d’ Almerita. E’ un destino già scritto che sia la città di Paolo Balsamo ad accogliere questo più moderno Cagliostro? Di certo Palermo fu la città dei celtonormanni che portavano scritta nel loro sangue la storia del Valhalla e della magia di Odino. La città che aveva ospitato i Cavalieri Teutonici e le truppe di Enrico VI, accoglierà fra i suoi giardini orientali inselvatichiti dal vento africano, questo più moderno Parsifal  da Teatro d’ Opera, la cui mente vulcanica e creativa si spinge fin all’ Oriente dei Grandi Iniziati. A Palermo, Prospero trascorre quietamente fra pini, palme e paradisiaci roseti, nelle terrazze dell’ hotel, e nelle ricche ville gentilizie che fanno a gara ad accoglierlo, e dove una  piccola  scimmia schiaffeggia l’ augusto personaggio, o un ibù attrae la sua fervida attenzione. Passeggiate alla Marina con il mare in tempesta, scarrozzate per il lungo Viale della Libertà simile ad un boulevard parigino, acquisti nella via Maqueda, che il maestro ha ribattezzato Machbetha, Wagner ha decisamente il gusto dell’ anagramma. Il suo gran testone grigio sprofonda spesso e  con solennità nella meditazione di fiabesche notti stellate da terrazze dove l’ Oriente si sposa con l’ Occidente e l’ Africa, e a questi magici pleniluni si aggiungono ad aumentare la meraviglia,  le armonie dei grandi della Musica. Il piccolo Siegfried si è già ambientato, e getta giù spesso qualche parola  in dialetto siciliano. E’ sempre in giro a schizzare paesaggi e monumenti. Le ragazze, invece preferiscono  i salotti  della nobiltà e i balli. Il vecchio Proteo è in estasi, si sente anche lui un Normanno. Viene infastidito dalle zanzare che numerose ronzano nei giardini profumati, e la sua sensibilità viene toccata dal dolore umano, dalla miseria e dalla crudeltà, aspetti universali della vita umana. Osserva la mendicità per le strade di Palermo e is stupisce che solo il 7% della popolazione  sappia leggere. E inoltre per lui vi è la fastidiosa necessità di parlare un francese gutturale, cosa davvero stancante. Si legge molto in quegli appartamenti dell’ Hotel des Palmes, Shakespeare, Goethe, Cervantes. La Cattedrale gli sembra un meraviglioso ibrido fra un tempio indù e un castello feudale. Monreale lo incanta, e Villa Airoldi,gli appare  fatiscente come un palazzo veneziano. Il suo viaggio in Sicilia  sembra un  romanzo di Thomas Mann, o oggi un film di Visconti. Per le strade vi sono popolani chiassosi, un suonatore di cornamusa sotto la pioggia, e persino una funeral band. Nei suoi appartamenti questo Orfeo incantatore accoglie tutti solennemente, in giacca di velluto e maniche foderate di raso. Fa le bizze, e passa in modo sconcertante dal serio al faceto. Si gioca al whist, e si beve spumante. Tutto è registrato debitamente nel Diario di Cosima Listz. Una domenica bussa alle porte dell’ Hotel des Palmes, un altro grande, è il pittore francese Auguste  Renoir. A Wagner i francesi non vanno giù, gli ricordano le umiliazioni di Parigi, ma alla fine il pittore riesce a catturare la sua attenzione e la sua immagine: << Ah! Ah! >>, esclama il tedesco, divertito come un Falstaff, << Sembro un pastore protestante!>>.

Il 2 Febbraio del 1882, i Wagner si congedano bruscamente dall’ avido albergatore Ragusa, e dopo varie titubanze, il musicista accetta di trasferirsi a Villa Porrazzi, presso i principi Ganci. Oggi di essa non vi è traccia, distrutta dalla guerra, passata in proprietà di un americano, è stata abbattuta per far posto ad un quartiere moderno nell’ attuale Piazza Turba. Continuano le fantastiche notti stellate, ma vi è freddo nel giardino dei limoni, degli aranci e delle rose, e fra le lussuose sale di sogno. La futura duchessa d’ Arenella coglie il maestro  nella quiete intimità di questo paradiso. Wagner appare pallido e taciturno. Rubinstein anch’esso pallido, molto più alto e vestito sempre di nero. Si parla anche di Garibaldi le cui gesta fanno vibrare i precordi di Odino Wagner. E un fiume di musica continua a scorrere sotto i cieli di Palermo. Proteo dai mille registri è fastidiosamente raffreddato, incupito ed impensierito per  la malattia del giovane Siegfried. La sua mente fervida sogna Madera, Ceylon, il Nilo, una casa per svernare a Palermo. Biagio Gravina è il nuovo amico ed intimo, il suo sangue blu, normanno ed aragonese, stuzzica la vanità del vecchio amico di principi e re, di questo saltimbanco senza patria. Un artista, anche se di successo, è sempre un artista Tutto procede come un normale menage  famigliare di fine Ottocento, Cosima in lacrime, Wagner burbero e despota. Ma  per lui questo viaggio è l’ occasione di un consuntivo alla fine di una grande, travagliata e prolifica esistenza, anche se qui non vi è il dramma del professor Aschenbach di Morte a Venezia,e non vi sono le scene grottesche del film di Luchino Visconti. E’ pur sempre un  viaggio della morte e la conclusione di una Grande Opera. 21 Febbraio  1883, Porrazzi è sotto la neve. Wagner compone per l’ occasione  una frase musicale da regalare a Cosima. Alle 2 del pomeriggio del 18 Marzo, il  musicista dà un concerto di addio per gli amici di Palermo, nella Villa dei Principi Ganci, fra aranci in fiore e l’ azzurrità  riconquistata del cielo. Sono presenti  diversi  russi, al seguito del Gran Duca Nicola. <<Sono crudeli questi russi! Bestie da preda!>>, esclama il maestro. E il vecchio Signore delle Rune e mago, fa di nuovo  vibrare la formidabile  bacchetta magica, che come per incanto ridà  vita all’ Idillio di Sigfrido. Il vecchio  pifferaio incanta così  la piccola Beatrice Mantegna di Arenella che correrà ad abbracciarlo.

Ed infine i Wagner sono di nuovo in viaggio, verso Acireale. Li accompagna il barone Pennisi, proprietario dell’ Hotel de Bains, vi aveva soggiornato Ernest Renan sui cui libri Wagner aveva meditato la nascita del  Parsifal. Il 27 marzo transita il convoglio ferroviario che  porta il corpo malato di Garibaldi. La folla accalcata alla stazione, saluta l’ eroe diretto a Palermo. Gravina scoppia in lacrime, e Wagner è commosso. E’ ancora il segno magico del destino che due grandi uomini convergano alla fine della loro vita in un piccolo paese  siciliano? Infatti, il 28 Marzo uno svenimento improvviso preannuncia al musicista tedesco gli ultimi giorni di Venezia. Segue Catania, l’ Etna e Taormina. Ogni cosa per lui   è un magnifico sogno. E poi, Messina. E’ il 10 di Aprile. Gli  intrecci  oscuri, o il caso,  hanno portato nella città siciliana  da diversi giorni l’ antico amico  del  cuore, Frederick Nietzsche.  Il filosofo è giunto a Messina  da Genova in tali condizioni da doverlo  sbarcare in barella. Non alto, dall’ aspetto dimesso, ma con qualcosa di solenne e di strano, quasi cieco e molto sofferente, l’ antico professore di filologia attrae subito  la simpatia degli italiani con i suoi modi gentili e cortesi. Ma al  Parsifal dell’ antico incantatore, oggi il professore tedesco gli  preferisce la più solare Carmen di Bizet. Nietzsche vi  resta tre settimane e vi compone Gli Idilli di Messina, poi punta  su Roma dove l’ attende  la nuova amica e amante  Lou Andreas Salomè. Né Wagner né Nietzsche si incontreranno. I Wagner si imbarcano a Messina alle 17 del 13 aprile. Il sole al tramonto che batte sulle pagine aperte di Goethe gli dà l’ addio. Wagner verrà seppellito con Listz a Bayreut che già accoglie i resti del grande poeta tedesco Jean Paul. Così la Sicilia si è trovata a congiungere nei momenti cruciali della loro esistenza alcune vite fa i più grandi della Terra.

L’ articolo è apparso su << Cronache Parlamentari Siciliane>>, anno7. Numero11. Novembre 1990.

 

 

 

Parsifal alla Corte di  Ruggero II

( versione completa)

di Salvo Gagliardo

 

26 Luglio 1882,   Bayreut, la   piccola città bavarese dell’ Alta Franconia è nuovamente  in festa dopo sei anni di silenzio,  i balconi sono di nuovo in fiore e i drappi sventolano solenni fra le architetture rococò della cittadina Margravia. Wahnfried sontuosa e  tutta illuminata, è l’ ultimo nido della famiglia Wagner. Vi abita  Cosima Listz, ora 44 anni, tutta paludata in nero, figlia del venerando musicista ungherese ed ex moglie del direttore di orchestra von Bulov. E vi regna naturalmente il Grande Vecchio. Richard Wagner, un piccolo uomo dalla testa  sproporzionatamente grossa e quasi sformata, dal profilo  scultoreo,  e con un profondo solco alla radice di un naso robusto, con vistosi favoriti e le palpebre  già pesanti, la fronte spaziosa e corrugata, il piglio  autoritario di un dominatore. Tutto avvolto in velluti e sete, somiglia  molto ad un bohemien di Murger che ha fatto fortuna, ad un Maestro Cantore del XVI secolo, ad un antico e severo protestante del XVII, con qualcosa dello gnomo laborioso, ed infine, del tremendo Odino, mago, sciamano e Signore delle Rune. Con lui vi sono le diverse  figlie di Cosima, di von Bulov e naturalmente  di Wagner: fra cui Eva, che si unirà a  Houston Chamberlain,e  Blondine che presto andrà sposa ad un nobile siciliano. Vi è anche Siegfried, il figlio dodicenne, appena uscito da un brutta malattia.

In  cima al colle della piccola città tedesca, splende in festa il tempio sacro di mattoni rossi, è il Festspielhaus. La prima pietra è stata posta solennemente nel 1872, in una emblematica domenica di Pentecoste. Nella mente del suo creatore dovrebbe  sommare  i misteri di Stonehenge  a quelli di Giza, la classicità di un antico teatro greco alla  la sacralità gotica di una Cattedrale. La più grande e sonora mistificazione dei tempi moderni, la definiscono i suoi nemici. Una vera cagliostroneria!, la chiama Nietzsche nauseato. Per l’ antico selciato gentilizio passa il fiore dell’ aristocrazia d’ Europa, il lusso e l’ eleganza sfavillante del moderno capitalismo, l’ intellighenzia smaliziata  e il filisteismo borghese in vena di  sensazioni mistiche e di santità. Da questo piccolo principato tedesco su cui regna il tormentato ed emblematico Luigi II, l’ ammaliante cromatismo wagneriano si espande come un canto di sirena su tutta Europa, fin oltre le trincee insanguinate della Prima Guerra Mondiale, e fin dentro le mura del Terzo Reich e gli squallidi uffici delle nere Schutzstaffen.

Ci sono tutti, amici e nemici, il già leggendario suocero Franz Listz, francescano, mistico e in odore di santità, già vecchio e con il volto pieno di verruche, anche lui un deraciné come Wagner, c’è  il conte Biagio Gravina, giovane  siciliano posato e  non ricco, ma  abbastanza blasoné  da essere un buon partito per Blondine. Saranno assenti l’ amletico Luigi II che preferirà le mura del suo favoloso castello di Hoechwangau, il conte Arturo de Gobineau  che Wagner aveva posto in adorazione accanto al suo amato Schopenhauer, e il giovane professore e filologo Nietzsche, stanco delle stucchevoli cornici  misticheggianti di questo Wothan in velluto.

Nel golfo mistico, l’ orchestra invisibile attacca il preludio magico del Parsifal, l’ ultima fatica del maestro. La sua fantasia vulcanica ha attraversato il regno del meraviglioso e del mito,della fiaba e della storia antica, ed è approdata nella sacra rappresentazione. Il  terzo atto, diretto dallo stesso instancabile demiurgo,si conclude nella suggestiva cornice del Venerdì Santo,la fiaba del giovane Parsifal,il puro folle ed ingenuo cavaliere di Cristo. Paul  von Joukovskj  ha disegnato le scenografie ammalianti in cui si consuma questa anacronistica spettacolo sacro, con il Tempio nella  Foresta e il Giardino Incantato, con Klingsor il mago, e l’ ambigua Kundry, donna celeste  e demone, Gurnemanz il saggio, e I cavalieri del Sacro Graal dal mantello azzurro, la Sacra Colomba, le Fanciulle in Fiore, seduttrici del Giardino Incantato e infine Il Sacro Calice che manda una luce sovrannaturale su Montsalvat, trasfigurando  quel piccolo mondo di cartone, e donando  al pubblico il momento magico della catarsi e della salvazione.

Un passo indietro e siamo al 25 Dicembre del  1881. A Palermo come altrove,  si celebra il Natale. Nella capitale siciliana, nelle stanze numero 24,25 e 26, del grandioso Hotel des  Palmes vi si trova ospite  la famiglia Wagner al completo. Ne hanno preso possesso il 6 Novembre. Vi è il signor  Turk, il precettore, vi è Bernard Schnappauf,il servitore fedele e tutto fare,il dottore Berlin, medico personale  di Wagner, e  Anton Bernstein che trascrive per piano l’ infaticabile lavoro del maestro e ne ricrea  le note alla tastiera nelle  lunghe sere di ascolto.  E’ ebreo come Hermann Levi che dirigerà il Parsifal. Il chiacchierato antisemitismo di Wagner non è così  gretto e feroce, e c’è chi mormora che il suo vero padre fosse un israelita. All’ Hotel des Palmes giunge anche il pittore Joukovskj, biondo e  giovane russo giunto a Palermo per il compleanno di Cosima Listz che cade proprio nel giorno di Natale. Wagner gli ha commissionato l’ acquisto di un gioiello che come un prezioso talismano il vecchio musicista regalerà a Cosima proprio nella notte santa,assieme alla partitura ancora incompleta del sudato terzo atto del Parsifal. Il sole di Siena, di Napoli e di  Palermo ha nutrito questo prezioso scrigno medievale, lo ha asperso di blu acquamarina. Il Nilo scorre così  su Montsalvat  e Luxor prepara Bayreut,  Ermete Trismegisto insegna al giovane Parsifal i suoi arcani. Forse tutto questo giace al fondo  della  coscienza del maestro, fare incontrare Parsifal con Ermete e ridisegnare Kundry sul modello di Iside. Schurè deve avere fatto breccia in quel testone spazioso e quasi sformato del nano  Mimir.

Se Villa Igea fosse stata costruita, noi l’ avremmo vista come la naturale cornice di questo viaggio: le fanciulle in fiore di Bergler nel Salone delle Feste avrebbero accolto e sedotto il pellegrino errante, come i quadri  di Gabriele Rossetti e i Nazzareni, il mare azzurro e oro sullo sfondo  gli avrebbe ricordato Sorrento dove una grande amicizia tra il vecchio vegetariano e antivivisezionista e il profeta dell’ Anticristo si era frantumata per sempre  ai primi  abbozzi del Parsifal e alle prime pagine di Umano troppo Umano. Lo stesso Uttiveggio  in alto, rosso come Bayreut, avrebbe di sicuro  sedotto il vecchio incantatore. Invece un mattino autunnale di sabato, l’ intera famiglia Wagner si è presentata nell’ atrio dell’ Hotel des Palmes nel vecchio quartiere degli Ingham non ancora sventrato dalla moderna via Roma, fra palmizi, e i giardini del botanico Nilson, ed una piccola chiesa anglicana di E. Christian. Ne è proprietario il signor Ragusa, che è anche possessore del più antico Hotel Trinacria, alla Marina, che per  la strana legge delle coincidenze, ha ospitato Luigi II di Baviera. L’ avido albergatore rincarando i prezzi, costringerà il musicista a trasferirsi in residenze più convenienti. Intanto, la stampa tedesca si diverte ad ipotizzare fantasiosi sequestri ai danni del suo illustre connazionale e, possibili rapimenti sfatati dalle ironiche  parole di Wagner:<< A Palermo ho incontrato un solo brigante, il mio albergatore!>>  . Ma la famiglia sarà ben  protetta   e ben guidata dal suo    angelo custode, l’ onnipresente conte Lucio Tasca d’ Almerita. Che gli aprirà la splendida Villa Camastra, con laghetti, tempietti, giardini e sale lussuose, in cui i Wagner potranno incontrare la più prestigiosa aristocrazia del posto.

Ma è’ un destino già scritto che sia la città di Paolo Balsamo ad accogliere questo più moderno Cagliostro? Di certo Palermo fu la città dei celtonormanni che portavano scritta nel loro sangue la storia del Valhalla e della magia di Odino. La città che aveva ospitato i Cavalieri Teutonici e le truppe di Enrico VI, accoglierà fra i suoi giardini orientali inselvatichiti dal vento africano, questo più moderno Parsifal  da Teatro d’ Opera, la cui mente vulcanica e creativa si spinge fin all’ Oriente dei Grandi Iniziati. Non è forse il cuore di Luigi il Santo conservato nel Duomo di Monreale? Non ha forse Wagner cominciato la su fortunata carriera con una << Novizia di Palermo>>? E non è stata  forse la Grecia l’ immortale sorgente della sua utopia dell’ avvenire?

A Palermo, Prospero trascorre quietamente il suo tempo,  fra pini, palme,  paradisiaci roseti e oleandri, fra sofà e cuscini, nelle terrazze dell’ hotel, e delle  ricche ville gentilizie che fanno a gara ad accoglierlo, e dove una  piccola  scimmia schiaffeggia l’ augusto personaggio, o un ibù attrae la sua fervida attenzione. Passeggiate alla Marina dove  il mare in tempesta suscita la gioia del vecchio rivoluzionario. Scarrozzate  per il lungo e signorile  Viale della Libertà che con le sue carrozze sembra competere con i boulevard parigini. Acquisti  in  via Maqueda, che il maestro ha ribattezzato Machbetha, Wagner ha decisamente il gusto dell’ anagramma. Così Parsifal è diventato Fal Parsi, il Puro Folle in orientale. Il suo gran testone grigio sprofonda spesso e  con solennità nella meditazione di fiabesche notti stellate da terrazze dove l’ Oriente si sposa con l’ Occidente e l’ Africa, e a questi magici pleniluni si aggiungono ad aumentare la meraviglia,  le armonie dei grandi della Musica.

L’ incantatore  ha 68 anni e ha premura di terminare la sua ultima fatica, prima che il male oscuro lo annienti per sempre. Non si risparmia sul lavoro, mentre Cosima e le ragazze fanno shopping in città.

Il piccolo Siegfried si è già ambientato, e getta giù spesso qualche parola  in dialetto siciliano. E’ sempre in giro a schizzare paesaggi e monumenti. Compie lunghe passeggiate in montagna  in compagnia di Joukowski, e registra piccoli fatti quotidiani della città.  Le ragazze, invece preferiscono  i salotti  della nobiltà e i balli.   Siegfried è nato nella quiete di  Tribschen il 6 giugno del 1869, mentre le campane di Lucerna suonavano a stormo e il padre lavorava al gigantesco affresco della Tetralogia.

Il vecchio Proteo è in estasi, si sente anche lui un Normanno ed esclama: << la Sicilia mi contraccambia i sacrifici che una  volta i regali antenati le resero>>e  forse se  ne sente l’ erede. Viene infastidito dalle zanzare che numerose ronzano nei giardini profumati, e la sua sensibilità viene toccata dal dolore umano, dalla miseria e dalla crudeltà, aspetti universali della vita umana. Osserva la mendicità per le strade di Palermo e si stupisce che solo il 7% della popolazione  sappia leggere. E inoltre per lui vi è la fastidiosa necessità di parlare un francese gutturale, cosa davvero stancante. Si legge e si scrive  molto in quegli appartamenti dell’ Hotel des Palmes, Shakespeare, Goethe, Cervantes, il Diario che spesso è infarcito di particolari superflui. La Cattedrale gli sembra un meraviglioso ibrido fra un tempio indù e un castello feudale. Monreale lo incanta, e Villa Airoldi,gli appare  fatiscente come un palazzo veneziano. E’ della principessa Filangeri che accompagna Blondine al ballo dei Butera. Il suo viaggio in Sicilia  sembra sempre più  un  romanzo di Thomas Mann, o un film di Visconti. Per le strade vi sono popolani chiassosi, un suonatore di cornamusa sotto la pioggia davanti la Martorana, e persino una funeral band. Il Prefetto di Palermo scambia il fido Schnappaul per Wagner. Nei suoi appartamenti questo Orfeo incantatore accoglie tutti solennemente, in giacca di velluto e maniche foderate di raso, e l’ elegante basco che lo fa somigliare da u bohemien, ad un outsider di successo, ad un principe rinascimentale. Il Maestro fa le bizze, e passa in modo sconcertante dal serio al faceto. Tina Withaker intona in sua presenza  il << Sogno di Elsa>> dal Lohengrin. Si gioca al whist, e si beve spumante. Tutto è  registrato fedelmente  nel Diario di Cosima Listz. Che è stata la fonte prima per conoscere  particolari della visita del maestro in Sicilia.  Una domenica bussa alle porte dell’ Hotel des Palmes, un altro grande, è il pittore francese Auguste  Renoir. Giunto dopo varie vicissitudini, vuole fare l ritratto del maestro che  non ha un carattere facile e abbordabile, soprattutto ora che è preoccupato per la salute di Siegfried e per il Parsifal. E inoltre  a Wagner i francesi non vanno giù, gli ricordano le umiliazioni e i giorni di fame  a Parigi.  Ma  alla fine il pittore riesce a catturare la sua attenzione e la sua immagine in un dipinto ad olio: << Ah! Ah! >>, esclama il tedesco, divertito come un Falstaff, << Sembro un pastore protestante!>>. Anche il pittore Joukowski approfitta di quella momentanea quiete per ritrarlo.

 

 

 

Dai Porrazzi a Bayreut

 

 

Il 2 Febbraio del 1882, in un giorno invernale,  i Wagner si congedano bruscamente dall’ avido albergatore Ragusa, e dopo varie titubanze, il musicista accetta di trasferirsi a Villa Porrazzi, a quattro passi dall’ amico Lucio Tasca,  presso i principi Ganci. Oggi di essa non vi è traccia, distrutta dalla guerra, passata in proprietà di un americano, è stata abbattuta per far posto ad un quartiere moderno nell’ attuale Piazza Turba. Resta una lapide, una via, le stanze 24,25,26, a testimoniare il passaggio dell’ Olandese Volante. Continuano le fantastiche notti stellate, ma vi è freddo nel giardino dei limoni, degli aranci e delle rose, e fra le lussuose sale di sogno. La piccola Beatrice, futura duchessa d’ Arenella, coglie il maestro  nella quiete intimità di questo paradiso. Wagner appare pallido, arcigno e  taciturno, con lo sguardo profondo. Rubinstein è  anch’esso pallido,ma  molto più alto e vestito sempre di nero. Si parla di Bismarck, dell’ incendio del Rightheater, dei moti siciliani a cui ha preso parte Lucio Tasca, e naturalmente  di Garibaldi, le cui gesta fanno vibrare i precordi di Odino Wagner.

E un fiume di musica continua a scorrere sotto i cieli di Palermo. Il Massimo è in fase di allestimento, il Lohengrin  sarà presentato nel 1891, e il Parsifal dovrà aspettare il 1966.  Proteo dai mille registri è fastidiosamente raffreddato, incupito ed impensierito per  la malattia del giovane Siegfried, una brutta febbre tifoidea. L’ ebreo errante  sogna Madera, Ceylon, il Nilo,e una casa per svernare a Palermo. Biagio Gravina è il nuovo amico ed intimo, il suo sangue blu, normanno risale agli Altavilla, cosa che  stuzzica la vanità del vecchio amico di principi e re, Cosima racconta con aristocratica compiacenza della tomba del futuro genero a Catania, accanto alla Cappella Reale, ma in realtà sono solo dei saltimbanchi  senza patria. Un artista, anche se di successo, è sempre un artista!

E tutto procede come un normale menage  famigliare di fine Ottocento, Cosima in lacrime, Wagner burbero e despota. Ma  per lui questo viaggio è l’ occasione di un consuntivo alla fine di una grande, travagliata e prolifica esistenza, anche se qui non vi è il dramma del professor Aschenbach di Morte a Venezia,e non vi sono le scene grottesche del film di Luchino Visconti. E’ pur sempre un  viaggio della morte e la conclusione di una Grande Opera.

21 Febbraio  1883, Porrazzi è sotto la neve. Wagner compone per l’ occasione  una frase musicale, un leit- motive  da regalare a Cosima. Spesso queste note risuoneranno nel suo pianoforte, fino al quel  13 Gennaio 1883, data della sua morte. Alle 2 del pomeriggio del 18 Marzo, il  musicista dà un concerto di addio per gli amici di Palermo, nella Villa dei Principi Ganci, fra aranci in fiore e l’ azzurrità  riconquistata del cielo. Sono presenti  diversi  russi, al seguito del Gran Duca Nicola. <<Sono crudeli questi russi! Bestie da preda!>>, esclama il maestro. E il vecchio Signore delle Rune e mago, fa di nuovo  vibrare la formidabile  bacchetta magica, che come per incanto ridà  vita all’ Idillio di Sigfrido. Eseguito per la prima volta nel Natale del 1870. In occasione della vittoria tedesca sui francesi, quando la sua amicizia con Nietzsche era ancora tenera e densa. Il vecchio  pifferaio incanta così  la piccola Beatrice Mantegna di Arenella che correrà ad abbracciarlo.

Ed infine i Wagner sono di nuovo in viaggio, verso Acireale. Li accompagna il barone Pennisi, proprietario dell’ Hotel de Bains, vi aveva fra gli altri, soggiornato Ernest Renan sui cui libri Wagner aveva meditato  la nascita del  Parsifal. Legge la Tempesta di Shakespeare, la storia di Prospero il mago che governa i venti e i flutti del mare. Il 27 marzo transita il convoglio ferroviario che  porta il corpo malato e vecchio  di Garibaldi. La folla accalcata alla stazione, saluta l’ eroe diretto a Palermo. Gravina scoppia in lacrime, e Wagner è commosso. E’ ancora il segno magico del destino che due grandi uomini convergano alla fine della loro vita in un piccolo paese  siciliano? Infatti, il 28 Marzo uno svenimento improvviso preannuncia al musicista tedesco gli ultimi giorni di Venezia. Segue Catania, l’ Etna e Taormina. Ogni cosa per lui   è un magnifico sogno. E poi, Messina. E’ il 10 di Aprile. Gli  intrecci  oscuri, o il caso,  hanno portato nella città siciliana  da diversi giorni l’ antico amico  del  cuore, Frederick Nietzsche.  Il filosofo è giunto a Messina  da Genova in tali condizioni da doverlo  sbarcare in barella. Non alto, dall’ aspetto dimesso, ma con qualcosa di solenne e di strano, quasi cieco e molto sofferente, l’ antico professore di filologia ha portato per il mondo  in estrema solitudine il sogno delirante della fine di ogni morale e la nascita del Superuomo. La sua mite gentilezza attrae subito  la simpatia degli italiani. Ma al  Parsifal dell’ antico incantatore, oggi il professore tedesco gli  preferisce la più solare Carmen di Bizet. Nietzsche vi  resta tre settimane e vi compone Gli Idilli di Messina, poi punta  su Roma dove l’ attende  la nuova amica e amante  Lou Andreas Salomè. Né Wagner né Nietzsche si incontreranno. I Wagner si imbarcano a Messina alle 17 del 13 aprile. Il sole al tramonto che batte sulle pagine aperte di Goethe gli dà l’ addio. Wagner verrà seppellito con Listz sulla rocca di  Bayreut che già accoglie i resti del grande poeta tedesco Jean Paul. Così la Sicilia si è trovata a congiungere nei momenti cruciali della loro esistenza alcune vite dei più grandi della Terra.

 

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